Sarri e il suo anno al Chelsea

Intervistato da Vanity Fair, il tecnico dei Blues ha parlato di ciò che ha passato a Londra.

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Sarri e il suo anno al Chelsea

In attesa di capire se siederà oppure no sulla panchina della Juventus, Maurizio Sarri ha rilasciato un'intervista a Vanity Fair, dove ha parlato di ciò che ha vissuto in Inghilterra alla guida del Chelsea.

Prima però ha parlato di quanto gli manca l'Italia: "Per noi italiani il richiamo di casa è forte, senti che manca qualcosa. È stato un anno pesante e comincio a sentire il peso degli amici lontani, dei genitori anziani che vedo di rado.

Ma alla mia età faccio solo scelte professionali. Quando torno a casa in Toscana mi sento un estraneo. Negli ultimi anni ci avrò dormito trenta notti." Sulle polemiche dei tifosi napoletani su un possibile approdo alla Juventus: "I napoletani conoscono l’amore che provo per loro, ho scelto l’estero l’anno scorso per non andare in una squadra italiana.

La professione può portare ad altri percorsi, non cambierà il rapporto. Che vuol dire essere fedele? E se un giorno la società ti manda via? Che fai: resti fedele a una moglie da cui hai divorziato? Fedeltà è dare il 110% nel momento in cui ci sei."

Sul "sarrismo": "E’ un modo di giocare a calcio e basta, nasce dagli schiaffi presi. L’evoluzione è figlia delle sconfitte. Io dopo una vittoria non so gioire perché chi vince, resta fermo nelle sue convinzioni.

Una sconfitta mi segna dentro più a lungo, mi rende critico, mi sposta un passo avanti. Mio nipote mi fa leggere la pagina Facebook Sarrismo e Rivoluzione. Si divertono, io sono anti-social, non ho nemmeno whatsapp."

Sulle superstizioni: "Ne ho meno di quelle che mi attribuiscono. Mi è rimasta l’abitudine di non mettere piede in campo, dentro le linee dico, finché la partita non è finita, ma prima o poi abbandonerò pure questa: già in certi stadi le panchine son dalla parte opposta degli spogliatoi e il prato devo calpestarlo per forza.

Quando cominci a vincere, le scaramanzie finiscono." Infine, sulla sua tuta: "Se la società mi imponesse di andar vestito in altro modo, dovrei accettare. Sinceramente a me fanno tenerezza e tristezza i giovani colleghi del campionato Primavera che portano la cravatta su campi improponibili."