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A tutto Menez: il carcere, il rugby e la morte dei tatuaggi

Sergio Stanco - 20-12-2014 - Letture: 3604

Il francese si confessa alla Gazzetta dello Sport

A tutto Menez: il carcere, il rugby e la morte dei tatuaggi

Jeremy Menez è uno di quei colpi di cui Galliani si vanterà all'infinito. Arrivato a parametro zero, il francese ha preso per mano il Milan e adesso lo sta guidando fino all'Europa che conta. L'ex PSG è un ottimo giocatore, ma anche un gran personaggio, con tante cose da raccontare e quasi mai banali, come dimostra l'intervista pubblicata oggi sulla Gazzetta dello Sport.

Non domanda e risposta classiche, ma il racconto di una vita nata nelle banlieu (le nostre periferie, quelle dove si cresce in fretta e si rischia quotidianamente grosso) e passata con un pallone tra i piedi che, ora, gli fa vedere tutto da un'altra prospettiva: "Se non fossi diventato calciatore, forse ora sarei in carcere. Ci sono finiti tanti miei amici, ci sarei potuto finire io. D'altronde quando sei giovane qualche cavolata la fai, come quella volta che avevamo fregato un motorino al pony express delle pizze, o quando ci siamo menati con un gruppo di un quartiere rivale. Ne ho prese più di quante ne ho date, ho ancora le cicatrici".

Poi, però, il calcio: "Ho provato anche a giocare a rugby, ma poi mi sono stancate di prenderle e ho capito che era meglio continuare a giocare a calcio, perché lì ero molto più forte degli altri. Ho lasciato la banlieu al momento giusto, 13 anni, prima di poter fare danni irreparabili. A Sochaux sono cresciuto come calciatore e come uomo, sarei potuto andare a Manchester, mi voleva Ferguson, ma ho rifiutato perché credevo di essere troppo giovane. Chissà, magari avrei fatto una grande carriera, ma non ho rimpianti. A Roma sono stato benissimo, mangiavo da Dio, viva la panzetta. Ho ancora tanti amici come De Rossi, ma nel calcio c'è solo mio fratello Benzema. Gli altri amici sono quelli della banlieu, quelli che se ne fregano di chi sia ora, dei miei soldi, ma mi ricordano solo per quel ragazzino che ero quando facevamo le cazzate insieme. E se qualcuno sbaglia non lo abbandono, li ho anche chiamati in carcere, siamo sempre gli stessi. I tatuaggi? Se ne fai unop sei morto. Ho cominciato con il nome di mia mamma, poi quello di mia moglie e dei miei figli, ora non risco più a fermarmi".

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