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Il cielo e' d'oro sopra Berlino

Sergio Stanco - 15-08-2016 - Letture: 673

A 80 dall'unico trionfo olimpico dell'Italia del calcio

Il cielo e' d'oro sopra Berlino

“E noi qui sull'attenti mentre echeggiano le note dell'inno nostro. Credo di essere solo io a piangere, mentre faccio uno sforzo a stare rigido sull'attenti. Macché, piangono tutti quei ragazzi nostri. Ancora una volta arrestati, attimo fuggente, sei così bello!”. Sono affidate alla penna di Vittorio Pozzo, il commissario unico della Nazionale italiana campione olimpionica a Berlino, le memorie e le emozioni di quella giornata indimenticabile. 15 agosto 1936, 80 anni fa esatti. Uno tra i trionfi più prestigiosi nella storia del nostro calcio, vuoi perché l'unico, finora, ottenuto dagli Azzurri nel torneo a cinque cerchi, vuoi perché inaspettato, dal momento che nessuno, o quasi, dava la benché minima chance di medaglia ai volenterosi, ma inesperti, studenti di Vittorio Pozzo. Erano altri tempi, quelli. Ai Giochi Olimpici potevano prendere parte solo gli atleti dilettanti, cosa che obbligò alcune tra le più importanti Nazionali dell'epoca a rinunciare in partenza alle prestazioni dei più famosi (e remunerati) assi della pedata. Così fece ovviamente l'Italia, Paese in cui il professionismo calcistico era stato introdotto già dal 1926, con la Carta di Viareggio. Il posto dei vari Giuseppe Meazza, Giovanni Ferrari, Luisito Monti e di tutti gli altri campioni del mondo di 2 anni prima veniva dunque preso da un manipolo di calciatori iscritti all'Università o ad altri Istituti Superiori, giusto per rispettare i sacri principi del dilettantismo. Non più di 2 o 3, coloro i quali erano titolari in pianta stabile in squadre di Serie A. Diversi provenivano addirittura dalle categorie inferiori, mentre nessuno di loro aveva mai giocato in precedenza per la Nazionale maggiore. Insomma: non era certo agli Azzurri che toccò il ruolo dei favoriti. Piuttosto alla Germania padrona di casa, sostenuta dal tifo dei 100mila dell'Olympiastadion, oppure all'Austria, che pure aveva dovuto rinunciare agli assi del “Wunderteam”, ma che era comunque una validissima esponente del sempre competitivo e temibile calcio danubiano. Noi venivamo dopo, dietro anche ai britannici (anche se privi dei migliori professionisti del campionato inglese) e agli ostici dilettanti norvegesi, che difatti ci avrebbero fatto soffrire e non poco in semifinale.

LA LEGGENDA DELL'“OCCHIALUTO OLIMPICO”

Ma andiamo per ordine. 16 Nazionali partecipanti in rappresentanza di 5 continenti; si parte dagli ottavi di finale e poi via via fino alla finalissima, il tutto, ovviamente, in partite secche. All'Italia, all'esordio, toccano i modesti Stati Uniti. Sarà l'emozione dei giovani Azzurri, sarà l'espulsione del terzino juventino Pietro Rava all'8° della ripresa, fatto sta che non riusciamo a venirne a capo. Per fortuna che c'è Annibale Frossi, l'ala destra dell'Ambrosiana/Inter, a togliere le castagne dal fuoco a Vittorio Pozzo e a realizzare l'unica rete dell'incontro. Una formalità, o poco più, invece, il quarto di finale contro il Giappone. L'Italia gioca in divisa nera (eravamo in pieno Ventennio fascista e la moda era quella lì...) e abbatte i nipponici con un 8-0 che non ammette repliche. Grande protagonista, stavolta, il pisano Carlo Biagi, autore di un memorabile poker e vero spauracchio per la retroguardia del Sol Levante. In semifinale, le streghe. O meglio, la Norvegia. Passiamo in vantaggio con Alfonso Negro, ala sinistra della Fiorentina nato a Brooklyn, poi però il suo omologo norvegese Arne Brustad ci raggiunge. Rischiamo più volte l'osso del collo, si va ai supplementari e lì, al 6° minuto, Annibale Frossi si rivela ancora una volta decisivo. Onore però alla Norvegia, che, anche 2 anni dopo, al Mondiale di Francia, più o meno con la stessa squadra, sarà tremenda avversaria per Peppino Meazza e soci. Ora c'è solo l'Austria tra noi e la medaglia d'oro. È Ferragosto. L'Olympiastadion gremito in ogni ordine di posto è tutto schierato dalla parte austriaca. L'Anschluss, l'annessione del Paese da parte della Germania hitleriana, è dietro l'angolo, quindi c'è poco da stupirsi. A stupire, semmai, è l'atteggiamento gagliardo dei nostri ammirevoli ragazzi, per nulla disposti a recitare la parte del toro nell'arena. Anzi, al 70°, è ancora Frossi, soprannominato “l'occhialuto olimpico” per via degli inseparabili occhiali da vista, a incornare i nostri avversari e a mettere le ali ai sogni d'oro degli Azzurri. Così come contro la Norvegia, veniamo però raggiunti sull'1-1. Si va di nuovo ai supplementari ed ancora una volta, con la forza della disperazione, riusciamo a trovare la rete decisiva. Indovinate con chi? Con il solito Annibale Frossi, bravo a ribattere in rete una corta respinta del portiere austriaco. È fatta. L'Italia è per la prima (e, ahinoi, unica) volta nella sua storia medaglia d'oro ai Giochi Olimpici. Merito del valore di un gruppo sul quale in pochi sarebbero stati disposti a scommettere, e dell'esperienza dell'infallibile coach Vittorio Pozzo, che avrebbe sempre considerato il trionfo di Berlno come il capolavoro di una carriera. “L'avevamo fatta grossa. Avevamo vinta una Olimpiade. E i giocatori l'avevano vinta bene, meritatamente, questa Olimpiade. Nessuno, assolutamente nessuno, nemmeno tra i nostri avversari, ne dubitava”. Onore a voi, dunque, ragazzi del '36. Che il pensiero di tutti gli sportivi italiani sia dedicato al ricordo della vostra impresa, in questo azzurro Ferragosto di 80 anni dopo.

Luca Gandini

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